Taxi vs Uber, la guerra infinita che infiamma la Capitale

Roma è la capitale d’Italia ed una delle principali mete turistiche mondiali.
Basta uscire dalla stazione Termini o arrivare in uno dei due aeroporti cittadini per essere letteralmente assaliti da una fiumana di taxi che offrono i propri servigi per raggiungere le varie zone, svolgendo un servizio utile ed estremamente ben retribuito.

Quella del tassista a Roma è una professione redditizia, nonostante nessun appartenente alla categoria lo ammetta difficilmente il mensile si attesta al di sotto dei 3.000 Euro, non male specialmente in periodi di “magra” come quello che stiamo vivendo.

Fare il tassista però ha anche i suoi lati negativi.
Oltre allo stress di guidare in una delle metropoli più caotiche d’Europa e al rischio di incappare in brutti incontri, specialmente di notte, per iniziare a svolgere la professione è necessario possedere una serie di requisiti personali e professionali e soprattutto acquistare una licenza, che ha un costo variabile ma che puà facilmente superare i 100.000 Euro, fino a sfiorare i 200.000.
Un investimento notevole, specie per chi parte da zero, che implica l’assunzione di un mutuo per la maggior parte degli autisti romani.

I tassisti lavorano tanto, investono molto ed offrono un servizio qualificato.
Infatti tra i requisiti richiesti non c’è la semplice patente di guida B, ma anche il conseguimento del Certificato di Abilitazione Professionale (CAP), una patente speciale che attesta la frequenza ed il superamento di un corso di sicurezza stradale ed il continuo aggiornamento professionale, ed un  complesso test necessario per l’iscrizione alla Camera di Commercio in cui l’aspirante tassista deve mostrare competenze linguistiche, conoscenza della toponomastica locale ed approfondite nozioni di diritto stradale e comunale.
Insomma, non proprio una passeggiata, che i conducenti delle auto bianche hanno sempre affrontato però con la sicurezza che i sacrifici sarebbero stati ripagati da buone garanzie economiche e sociali.

La situazione sfortunatamente per i membri della categoria è andata invece peggiorando negli ultimi anni, non soltanto per un fisiologico calo del lavoro (anche il trasporto su taxi è stato vittima della crisi) ma soprattutto per la deregolazione e la crescita di altre forme di trasporto alternativo, come il Noleggio con Conducente e le auto UBER.

Gli NCC li incontriamo ogni giorno sulle nostre strade. Signori eleganti con auto scure di grossa cilindrata, generalmente Mercedes o BMW, a volte berline a volte pulmini a sette posti, che portano in giro principalmente turisti.

Mentre per i tassisti la licenza è rilasciata dal Comune di Roma e Roma è la sola città dove possono esercitare la professione, gli NCC vengono da tutta Italia, poiché a rigor di legge dovrebbero venire prenotati on line o telefonicamente dal cliente prima dell’arrivo e rimanerne a servizio esclusivo fino al termine della durata della prenotazione, dopodichè avrebbero l’obbligo di rientrare alla base.

Il condizionale è d’obbligo, poiché una passeggiata al terminal 3 di Fiumicino, destinazione arrivi internazionali, ci mette in contatto con un sottobosco di “procacciatori d’affari” che offrono ai turisti passaggi per il centro città o per il porto di Civitavecchia direttamente all’interno dell’aeroporto, incuranti dei controlli ed in anticipo rispetto ai tassisti, vincolati ai loro parcheggi riservati esterni all’area sbarco.

Il risultato è che molti NCC anziché essere prenotati online fanno di fatto le navette tra il centro e l’aeroporto, svolgendo in tutto e per tutto il lavoro dei tassisti ma senza tassametro, né abilitazione, né nulla di simile.

La situazione UBER è ancora differente.
UBER è un servizio “peer to peer”, ovvero “alla pari”, figlio della smart economy e dell’era delle app.
Nato negli USA ed in breve tempo diventato un colosso dell’economia mondiale, il sistema UBER si basa su un principio molto semplice: ogni giorno usi la tua auto, perché non monetizzare la tratta che fai offrendo passaggi a chi ne ha bisogno in cambio di soldi?
L’uovo di Colombo per tanta gente che si sposta da sola in macchina, un richiamo immancabile per tanta gente che ha subodorato l’affare.
Basta scaricare l’app di UBER sul proprio smartphone, iscriversi e caricare la propria posizione e la tariffa richiesta per il passaggio. Magicamente appariranno tutte le persone che stanno usando lo stesso mezzo nella nostra zona. Un click, e saremo in contatto.
Ci incontriamo, portiamo il cliente e riceviamo i soldi.

Facile, rapido e indolore.

Indolore fino ad un certo punto, in effetti. Dal punto di vista dei tassisti, altro non è che un esercizio abusivo della professione. Senza licenza, senza abilitazione, senza spese né aggiornamenti professionali chiunque può trasportare passeggeri in giro per la città, coperto dall’anonimato di un’app.

Il legislatore italiano è già intervenuto una volta per cercare di riordinare il caotico mercato del trasporto passeggeri con la legge 14/2009, draconiano provvedimento che imponeva agli Ncc  il rientro in deposito al termine di ogni servizio e puniva i trasgressori con il ritiro del mezzo o addirittura la cancellazione dal ruolo, e che allo stesso tempo vietava ai cittadini comuni di poter diventare autisti UBER improvvisandosi tassisti, limitando l’uso dell’app a chi fosse in possesso di una licenza per il trasporto passeggeri, ovvero gli stessi NCC.

Tuttavia le norme, come spesso accade in Italia, erano così severe e chiare che si è deciso di non applicarle, limitandosi a prorogare la situazione fin da subito con specifici emendamenti inseriti negli annuali Milleproroghe dei vari Governi.

Per protestare contro tutto questo i tassisti hanno incrociato le braccia e sono scesi in piazza diverse volte, l’ultima lo scorso Febbraio.
La miccia che ha fatto scoppiare l’incendio è stato l’ennesimo emendamento di proroga, che però stavolta è stato preannunciato come l’ultimo della serie, poiché il Governo si sarebbe impegnato a regolamentare il servizio una volta per tutte, e stavolta per davvero, entro la fine dell’anno.

Il problema è che la legge non sarà quella che i tassisti sognavano. Seppure rimarrà il divieto per UBER Pop, il servizio UBER specifico per i “tassisti improvvisati”, ovvero i cittadini comuni, il Governo ha intenzione di rimuovere l’obbligo di rientro alla base per gli NCC, allargando lo stazionamento a macroaree a base regionale, ed allo stesso tempo ha l’intenzione di mantenere i servizi di prenotazione tramite app, non solo UBER ma anche le altre società che si sono affacciate al mercato negli ultimi anni.

Il disappunto dei tassisti ha trovato sfogo in una protesta che ha abbondantemente trasceso i limiti della civiltà, colorandosi di violenza e prendendo sfumature politiche legate particolarmente all’estrema destra.

In realtà, la proposta del Governo ha senso se la si intende in un’ottica di modernizzazione, anzi cerca anche machiavellicamente di accontentare nelle intenzioni entrambe le parti.
Il problema è che il nostro Paese vive una doppia natura: da un lato professioni estremamente codificate, con accessi chiusi o comunque difficili e con prezzi decisi dalle associazioni di categoria in situazioni di oligopolio.
Dall’altra, la modernità dirompente di un’epoca in cui basta un click sullo schermo dello smartphone per saltare tutti i passaggi ed unire direttamente il consumatore al servizio che cerca.

Quel che i tassisti gridano con forza è legittimo, ma è solo una delle mille sfaccettaure del problema, che affrontano ogni giorno anche gli hotel che devono rapportarsi ad AirBnB, le guide turistiche locali nei confronti dei grandi Tour Operators che si portano le guide dall’estero e molti altri lavoratori di ogni settore.

Letto in quest’ottica, anche il supporto espresso alla battaglia dei tassisti dal Campidoglio è in chiaroscuro. In fondo, il Movimento Cinque Stelle altro non è che l’espressione politica più avanzata del medesimo concetto: unire l’elettore al proprio rappresentante attraverso la Rete “saltando” i canali tradizionali dei partiti.
Qualcosa di affascinante, sicuramente moderno ma anche estremamente rischioso per un sistema di regole che rischia di venire travolto insieme a tutti quelli che ne fanno parte.