Chiusura campi rom; sindaco “nuovo”, promesse vecchie, soluzioni zero

 

18 giugno 2016; a pochi giorni dalle elezioni che l’avrebbero vista trionfare, diventando il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ad una precisa domanda riguardo la questione dei campi rom, dichiarava: “La strada non può che essere quella della chiusura, l’Italia è già sotto infrazione. E’ assurdo continuare a pagare 24 milioni di euro per gli otto campi”. La ricetta da seguire parla di “gradualità” e allontana le soluzioni alla “Salvini”: “Le ruspe non sono una soluzione, non è eticamente e umanamente corretto. La “ruspa”, tanto cara all’esponente leghista, non funziona perché se si va lì e si allontanano gli abitanti questi si disperdono sul territorio“.

A distanza di quasi un anno dal suo insediamento, nulla è stato fatto nella direzione tracciata in campagna elettorale e il piano appena presentato dall’Assessore Badassarre ha avuto il “merito” di non accontentare nessuna delle parti in causa. L’Associazione 21 Luglio, un punto di riferimento tra le Onlus sul territorio della Capitale, si esprime così: “Altro che Strategia d’Inclusione. Nel piano della giunta Raggi c’è poco o nulla degli impegni presi dal governo italiano per l’integrazione dei rom. Saranno attuate le misure già previste dalla Comunità europea, come recepite dal governo, relativamente al progressivo superamento dei campi. E’ scritto al sesto punto del programma elettorale della sindaca. Ma a nove mesi dall’insediamento, quanto fatto per trasformare le parole in azioni sembra andare in direzione contrariaè un fallimento annunciato”. 

Il primo punto che genera perplessità è la modalità con la quale si otterrà una prima “scrematura” dei 4500 rom che attualmente risiedono negli insediamenti “formali”. Tutte queste persone dovranno dimostrare di possedere una serie di requisiti molto stringenti (residenza anagrafica, aver fatto richiesta di alloggio popolare, essere in grado di documentare il proprio stato di indigenza, rendersi disponibili ad aderire al piano di inclusione che comprenda necessariamente anche l’adempimento scolastico per i minori). Questa sfilza di diktat secondo le stime farà scendere il numero dei destinatari dell’intervento ad appena 1500 persone, un po’ poco per poterla definire una “rivoluzione culturale”. Un intervento già bollato dalle associazioni che rappresentano i rom come “insufficiente ed arbitrario“, visto che lascia fuori da questo percorso di inserimento gli altri 3000 rom presenti nelle baracche “tollerate” ma non ufficialmente riconosciute.

Finito? Nemmeno per sogno. In questa ideale corsa a tappe, il percorso per i 1500 rimasti in gara prevede il collocamento in caserme dismesse, campeggi ed alberghi, o beffa delle beffe altri campi rom, come accade in questi giorni agli ospiti di una struttura privata in fase di chiusura che andranno “momentaneamente” ad occupare una baraccopoli autorizzata a Roma nord: costo del trasloco? Un milione e mezzo di euro arrivati direttamente dalle tasche dei romani.

Ultimo ma non ultimo, ancora non è dato sapere né i tempi di realizzazione né i costi da sostenere per riuscire finalmente a dire addio alle baraccopoli che affollano il territorio di Roma, campo della “Barbuta” compreso; un piano carente dal punto di vista organizzativo e senza una visione a lungo termine. Quando si dice poche idee, ma confuse.