Il Giorno del Ricordo al quartiere Giuliano-Dalmata di Roma

Dal 2004 ogni anno il 10 febbraio si celebra in tutta Italia il Giorno del Ricordo, fortemente voluta dal Presidente della Repubblica dell’epoca Carlo Azeglio Ciampi: una data scelta non a caso per ricordare il dramma delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati e istriani. Infatti, il 10 febbraio del 1947, esattamente settant’anni fa, l’Italia cedette all’allora Jugoslavia di Tito i territori della Venezia-Giulia e della Dalmazia, in cui erano comprese tra le altre le città di Pola, Fiume, Zara.

Le cronache raccontano che non fu un passaggio di consegne pacifico e indolore: gli italiani che vivevano in quelle zone subirono violenze, intimidazioni e un numero imprecisato di essi scomparve. Molti di essi furono ritrovati nelle foibe, gettati in quelle cavità carsiche dalle squadre militari jugoslave, fin dai mesi successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943. Per alcuni storici, tali brutalità furono commesse come vendetta o reazione a quelle commesse dai fascisti, mentre per altri la motivazione risiedeva in ragioni di carattere ideologico e nazionalistico.

Per sfuggire a queste aberrazioni circa 300mila persone fuggirono da quelle terre, dal 1943 fino al 1958, per essere accolte nei campi profughi di tutta Italia.

Un pezzo di questa storia vive tutt’oggi a Roma, all’interno del quartiere cittadino n. 31, che proprio dal 1947 è diventato uno degli approdi della comunità giuliano-dalmata in esilio e la loro “casa”. Molti vennero ospitati nei centri profughi disseminati in varie parti di Roma e nel Lazio: tra queste, la Stazione Termini, la Stazione Prenestina, Centocelle e Cinecittà, in strutture improvvisate. Nei pressi della Basilica di S. Croce in Gerusalemme, lì dove oggi c’è il Museo Storico dei Granatieri di Sardegna, c’era una caserma dove furono accolti circa cento esuli.

Alcune delle vie situate nei dintorni di Centocelle o della Via Prenestina ricordano tuttora le zone d’origine dove molte famiglie abitavano: nella loro toponomastica sono presenti infatti strade dedicate a Rovigno d’Istria, Pisino, Cherso.

Tuttavia, come racconta a Centoventuno.it Marino Micich, direttore dell’Associazione per la Cultura Fiumana e Dalmata nel Lazio, una buona parte si aggregò in un villaggio che sarebbe poi diventato il quartiere “Giuliano Dalmata”. ”A Roma e provincia – ricorda Micich – arrivarono circa 16mila esuli, di cui solo a Roma 8-9mila. Di questi, circa 2mila si insediarono nel quartiere operaio dell’EUR che poi è diventato il quartiere giuliano-dalmata. Questo quartiere era nato sotto il regime per ospitare le maestranze, che venivano da tutte le parti d’Italia. Quando finì la guerra, i padiglioni rimasero disabitati e finirono per accogliere abusivamente dal 1946 un certo numero di famiglie esiliate. Poi nel 1947 ci fu un piano di accoglienza in tutta Italia con il Comitato Nazionale Profughi Italiani, voluto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, allora Presidente Alcide De Gasperi, e da questo Comitato nacque nel 1949 l’Ente Opera Nazionale Profughi Giuliani e Dalmati. Primo presidente di questo ente fu Oscar Sinigaglia, ebreo romano che conosceva la storia, la tragedia degli esuli e quindi li aiutò molto, finanziando con soldi propri la costruzione per questo villaggio di due collegi per le bambine, figlie di esuli con famiglie numerose, o orfane.”

Gli insediamenti divennero regolari e meno problematici solo nel 1948, con la nascita di questo ente: fu grazie all’Opera Nazionale Profughi Giuliani e Dalmati che l’ex quartiere operaio potè accogliere stabilmente gli esuli.

Il 7 novembre di quell’anno vennero inaugurati alcuni padiglioni rimessi a nuovo come abitazioni per i profughi, alla presenza di Giulio Andreotti (all’epoca giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), della moglie di Alcide De Gasperi, del Prefetto Tommaso Ciampani e dell’ambasciatore degli Stati Uniti Joseph Dunn.

Le famiglie in esilio arrivavano da molte terre giuliano-dalmate e istriane ma soprattutto, come ci informa Micich, “da Zara, dalla Dalmazia, tanti da Fiume. In base ai dati in mio possesso circa il 30% degli esuli arrivati a Roma erano fiumani. Poi, zaratini e dalmati erano almeno il 15-20%. Il 50% erano istriani, da Pola, Rovigno…qui al Villaggio Giuliano gran parte veniva da Rovigno d’Istria, da Pola, Parenzo, e poi anche da altri siti ma la maggior parte provenivano da queste due città”.

Nel corso degli anni il villaggio Giuliano, come è comunemente conosciuto, si sviluppò: vennero edificate le prime case di edilizia popolare e furono costruiti alcuni monumenti, al fine di testimoniare gli eventi accaduti nelle loro terre d’origine.

Nel 1961 venne inaugurato il cippo carsico, situato sulla via Laurentina, a memoria dei caduti giuliano-dalmati di tutte le guerre. Un anno dopo venne collocato nella Piazza Giuliani e Dalmati il mosaico “monumento all’esodo”, in cui sono raffigurati alcuni santi patroni e i monumenti delle città di Trieste, Gorizia, Pola, Zara e Fiume, realizzato da Amedeo Colella. Nel 1972 venne posta la Lupa di Pola presso i giardini intitolati a Lodovico Zeriav (il primo maestro elementare del villaggio) e un leone alato in pietra d’Istria è da quello stesso anno sopra la chiesa di S. Marco Evangelista.

Oggi questo quartiere, che conta oltre 23mila abitanti e situato lungo la via Laurentina, estende il suo perimetro fino a Via di Vigna Murata  e Via della Cecchignola e ancora si può sentire parlare i dialetti veneti propri di quei territori, dalle persone più anziane.

Roma è stata accogliente”, ci racconta Micich. “E’ stata sicuramente una delle città migliori dove approdare, essendo capitale d’Italia, e poi Roma è una città che rispetto alle altre del Nord, forse per cultura, è più aperta al concetto di accoglienza e quindi non abbiamo registrato noi storici, o chi scrive le memorie, un’ostilità che invece si avvisava in alcune città settentrionali: lì c’era una sorta di diffidenza nei confronti dell’esule, del profugo, questo pensare che avessero qualcosa da nascondere. Per cui l’accoglienza fu, come dire, meno calorosa. A Roma non abbiamo avuto esempi di intolleranze, che so io, se non di carattere politico tra estrema destra ed estrema sinistra. Ci sono stati scontri a quell’epoca nella Venezia-Giulia negli anni ‘60-’70, però noi esuli non abbiamo trovato a Roma grandi opposizioni”.

A distanza di settant’anni dall’Accordo di Pace post seconda guerra mondiale, le celebrazioni della Giornata del Ricordo hanno avuto ancora maggiore rilevanza, con numerosi eventi organizzati anche nei giorni antecedenti e successivi al 10 febbraio, che si sono conclusi domenica 12 con la “Corsa del Ricordo”, una maratona di 5 chilometri tra le strade dell’ex Villaggio giuliano-dalmata.

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha visitato lo scorso 9 febbraio il quartiere, rendendo omaggio davanti al cippo carsico ai caduti giuliano-dalmati insieme ai rappresentanti delle associazioni degli esuli, riunite in “Federesuli”: il governatore della nostra regione ha sottolineato l’importanza di queste realtà associative, senza le quali “se non fosse stato per il loro impegno, sicuramente questa sarebbe stata una pagina dimenticata della storia d’Italia. Invece siamo arrivati a una scrittura vera della storia d’Italia“.

L’associazionismo degli esuli – ha spiegato Donatella Schurzel, presidente del Comitato della provincia di Roma dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, durante la visita del Presidente del Lazio – ha consentito la nascita di un tessuto sociale attivo e facilitato l’integrazione di chi è successivamente giunto. Di villaggi di insediamento degli esuli ve ne sono decine in tutta Italia, ma questo è l’unico ad avere la segnaletica stradale che contraddistingue i luoghi di interesse storico: targhe, monumenti che hanno seguito gli esuli nell’abbandono delle loro terre dopo le stragi delle Foibe ed un polo museale contraddistinguono l’offerta culturale del quartiere”.

Molti ricordi restano in questo pezzo di Roma, che meriterebbe di essere maggiormente conosciuto. Del resto, ci dice Micich, “quando uno dice ‘giuliano-dalmata’ non scatta automaticamente nel cittadino l’identificazione con il popolo giuliano-dalmata, specie alle generazioni di questi ultimi vent’anni. Anche lo stesso Simone Cristicchi ne sapeva poco, quando è venuto qui all’Archivio Storico Fiumano a documentarsi per il suo spettacolo teatrale, con cui ha fatto conoscere le nostre vicende. Nei libri di Storia fino a dieci anni fa non c’era proprio niente, sull’esodo, sulle foibe. C’era solo scritto ‘L’Italia dopo la seconda guerra mondiale in seguito al Trattato di Pace di Parigi perde quasi tutta la Venezia-Giulia, rimane in predicato la vicenda di Trieste che verrà risolta nel 1954’, senza dire nulla del destino di chi abitava quei territori dopo che furono conquistati con il sacrificio di tanti soldati italiani durante la prima guerra mondiale”.

Su questo, aggiunge Micich “la Legge del Ricordo ha fatto tanto: se le nostre associazioni di esuli vanno nelle scuole, invitati a parlare di questi argomenti, vuol dire che un effetto lo ha avuto. Anche nei manuali si inizia a parlare dell’esodo e delle foibe, e questo è stato ottenuto dieci anni fa”.

Pochi anni fa è stata aperta la Casa del Ricordo, cogestita dal Comune di Roma insieme all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia e la Società di Studi Fiumani, in cui vengono organizzati eventi culturali, incontri con le scuole e con diplomatici croati e sloveni, al fine di aprire un dialogo interculturale di pace in un’ottica europea, per superare gli anni della guerra e della Guerra Fredda.