Caso Marra: Raggi indagata

Ciò che molti ipotizzavano è diventato realtà lo scorso 24 gennaio: il sindaco di Roma, Virginia Raggi, è indagato riguardo alla nomina del fratello di Raffaele Marra alla direzione del dipartimento Turismo. Una nomina, revocata in autotutela dalla “sindaca” il passato 10 gennaio, che è ritenuta comunque illegittima  secondo la procura di Roma.

I reati contestati al primo cittadino della Capitale sono due: falso in atto pubblico e abuso di ufficio.  Le accuse prendono corpo dalle indagini sul suo ex braccio destro della sindaca, Raffaele Marra, in carcere per corruzione dallo scorso 16 dicembre: nel suo smartphone sarebbero contenute conversazioni su Telegram, nel gruppo dei fedelissimi di Virginia Raggi e separatamente con il fratello Raffaele, che smentirebbero data dall’attuale sindaco al responsabile anticorruzione del Comune di Roma, ossia che la nomina di Renato Marra a capo del dipartimento Turismo era stata una scelta solamente sua. Il Marra capo delle risorse umane del Campidoglio avrebbe svolto un ruolo secondario. Di qui l’accusa di falso.

Nella chat di gruppo denominata “i 4 amici al bar” il primo cittadino pentastellato avrebbe rimproverato Raffaele Marra, scrivendogli su Telegram: “questa cosa dello stipendio (che era di 20mila euro in più per il fratello del suo braccio destro, rispetto a quanto questi percepiva precedentemente al corpo dei vigili urbani, ndr.) me la dovevi dire, mi mette in difficoltà”. Un’altra prova relativa al reato di falso in atto pubblico per cui è indagata Virginia Raggi sarebbe in una chat a due tra i fratelli Marra, in cui il capo delle risorse umane del Comune di Roma esorta l’altro a fare domanda per la posizione aperta al dipartimento Turismo, nell’ambito della rotazione degli incarichi. Entrambe le conversazioni, per gli inquirenti, starebbero a indicare che in realtà il ruolo di Raffaele Marra non è stato di mero contorno nella vicenda.

L’accusa di abuso d’ufficio è motivata dalla Procura dal fatto che la nomina sia stata eseguita senza visionare altri curricula, come se quella posizione fosse già incasellata a favore di un familiare del proprio collaboratore più stretto, nonché capo di tutta la macchina amministrativa comunale.

A rinforzare le accuse c’è anche la testimonianza di Adriano Meloni, assessore allo sviluppo economico del Comune che ai pm ha riferito che “fu Raffaele Marra a suggerirmi la nomina del fratello Renato quale direttore del dipartimento turismo”.

Dalla sua pagina Facebook, Virginia Raggi mostra serenità e completa fiducia nella magistratura, ricordando di aver “informato Beppe Grillo e adempiuto al dovere di informazione previsto dal Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle”.

Quel codice di comportamento, pubblicato ad inizio anno dal fondatore del M5S sul proprio blog, che ora non prevede più le dimissioni degli amministratori pentastellati raggiunti da un avviso di garanzia, ma la semplice comunicazione ai vertici del Movimento grillino dell’indagine a proprio carico tramite un modulo online.

La sindaca di Roma dovrebbe essere ascoltata dai magistrati nella prima settimana di febbraio, dopo che l’interrogatorio in procura, previsto per il 30 gennaio, è stato rimandato. Intervistata dai giornalisti, la Raggi ha definito “poco reali” le ipotesi di autosospensione, e ha bollato come “ricostruzioni giornalistiche” gli scenari relativi alla eventuale richiesta, da parte degli inquirenti, di giudizio immediato. Smentite anche liti con il fondatore del Movimento 5 Stelle: proprio Grillo ha dichiarato di essere “umanamente vicino” alla sindaca sul suo blog.

A dispetto della tranquillità mostrata e delle smentite, lo spettro del giudizio immediato rimane un’ipotesi verosimile: fatto salvo il principio di presunzione di innocenza, nel caso  in cui venga riconosciuta colpevole per entrambi i capi di imputazione, la sindaca rischia una pena superiore ai tre anni. Nel caso in cui patteggi per il reato di falso, scaricando l’abuso di ufficio su Marra, potrebbe cavarsela con una condanna ad un anno ed evitare anche gli effetti della Legge Severino, che impone la sospensione dall’incarico per un amministratore pubblico per condanne in primo grado oltre i 18 mesi.