Assifero con gli enti non profit per il cambiamento sociale

I costi di struttura di un’organizzazione non profit non possono essere ridotti quasi a zero e tali enti non possono rimanere ingabbiati nella logica di lavorare solo per progetti al fine di sopravvvivere. È quanto sostiene Carola Carazzone, segretario generale di ASSIFERO (Associazione italiana delle fondazioni ed enti della filantropia istituzionale), in un suo articolo apparso su “Il giornale delle fondazioni, che sta tuttora generando un vivace dibattito all’interno del mondo del terzo settore.

Il suo primo attacco è dedicato al mito riguardante il contenimento dei costi di struttura per gli enti senza scopo di lucro: se negli altri Paesi è ormai in declino, in Italia è “rimasto monolitico e incontrastato, anche presso l’opinione pubblica”. Un “mantra”, lo definisce il segretario generale di ASSIFERO: il terzo settore in Italia deve costare poco e i finanziamenti li ottiene chi, nei progetti, utilizza come unico indicatore di efficienza la “magica” formula della percentuale dei costi di struttura rapportati ai costi generali. Una percentuale che nell’articolo viene indicata tra il 7 e il 15% e definita comunque “irrisoria” rispetto al 35% degli enti for profit.

È una logica che “strangola” le organizzazioni non lucrative e che le riduce in “progettifici”, ancorandole a un indicatore che non rispecchia l’efficacia dell’ente, come invece si suggerisce possono permettere di fare gli indicatori di impatto, congiuntamente ad indicatori di governance, leadership e trasparenza dell’organizzazione.

Questo tipo di approccio “ideologico”, secondo Carola Carazzone, porta al fenomeno che la Stanford University ha denominato in un suo studio pubblicato dieci anni fa come “Nonprofit Starvation Cycle”: il ciclo della fame degli enti senza scopo di lucro.

Un circolo vizioso – scrive il segretario generale di Assifero – che inizia con le aspettative irrealistiche da parte dei finanziatori sui costi di gestione di un’organizzazione non profit cui consegue un adeguamento/travisamento dei costi generali da parte degli enti del terzo settore […] rinforzando aspettative sbagliate e irrealistiche da parte dei finanziatori, perpetuando il mito che dagli enti del terzo settore ci si aspetta che facciano sempre di più con sempre meno”.

Per uscire da questa situazione, da Assifero si propone di supportare le organizzazioni non profit per i loro obiettivi strategici “anzichè su progetti specifici”, in modo da rendere possibile per gli enti del terzo settore quel “salto propositivo” che permetta loro di essere “motore di trasformazione sociale”.

Questa nuova visione impone di andare oltre quello che viene definito nell’articolo “il paradosso del ciclo di vita dei progetti”, in cui “esisto se produco progetti, produco progetti per esistere”, venendosi a creare una “distorsione” per strumenti come il quadro logico e la gestione del ciclo di vita del progetto.

Sostiene infatti la rappresentante delle fondazioni filantropiche italiane: “La spirale del produrre e rendicontare progetti all’inseguimento delle priorità dei bandi […] e la perpetuazione di un sottoinvestimento cronico nelle organizzazioni, capacità e staff degli enti del terzo settore ha portato al mancato sviluppo delle sue migliori potenzialità”.

L’autrice dell’articolo ritiene questa modalità di lavoro “obsoleta, inadeguata e inefficace nella nuova era in cui abbiamo di fronte fenomeni estremamente intersettoriali”: occorre “una vera e propria trasformazione del modo di finanziare, di investire, di erogare che necessita nuove policy e modalità di finanziamento, diverse dai bandi”.

Il segretario generale di Assifero suggerisce ai finanziatori di spostare il proprio focus sull’impatto determinato dalle organizzazioni non profit, attraverso “policy di scouting, dialogo costante, accreditamento e relazioni di fiducia basate sulla condivisione della missione e meccanismi di comparazione degli obiettivi strategici”, in modo da investire su questi ultimi aspetti di un ente del terzo settore.

A questo proposito, dunque, possono essere le fondazioni filantropiche a farsi alfieri di questo cambiamento, in quanto “sono tra gli attori più capaci di innovazione e cambiamento sociale”. Un cambio di approccio che tra le fondazioni filantropiche estere è ormai consolidato e che invece in Italia stenta a decollare, secondo la numero 1 di Assifero.

È lei a chiedere “umiltà e coraggio” per questo cambio di passo: “l’umiltà di riconoscere nelle organizzazioni dei veri partner strategici e non dei meri beneficiari – ricettori di finanziamenti e il coraggio di rivoltare completamente le dinamiche di potere erogatore – beneficiario dell’attuale sistema incentrato sui bandi e il punto di partenza dal controllo degli input agli outcome, per favorire l’empowerment e la partecipazione attiva […] di partner-enti del terzo settore al cambiamento sociale”.