Comune di Roma, raffica di sgomberi per le onlus

In principio fu lo scandalo “Affittopoli”: durante la consiliatura Marino, nel 2015, emerse come il patrimonio immobiliare romano fosse stato svenduto o affittato per pochi spiccioli, a fronte di un valore commerciale infinitamente più alto. Tra gli affittuari “priviliegiati”, tuttavia, c’erano anche associazioni, enti religiosi e onlus.

Fu in ragione del caos che ne conseguì che l’allora sindaco Marino decise di porre rimedio attraverso la delibera di giunta n.140, emanata il 30 aprile di due anni fa. In tale atto erano contenute le linee guida per il riordino degli 860 beni in concessione, fino a quel momento normate da un regolamento comunale del 1983, non più in linea con la legislazione vigente al momento della delibera del provvedimento.  Tramite questa delibera si intendeva recuperare la disponibilità dei beni affittati per poterli poi mettere a bando in seguito alla emanazione di un nuovo regolamento sulla gestione del patrimonio, escludendo dalla gara coloro che fossero risultati non in regola coi pagamenti.

Una volta caduto Marino, il tema delle proprietà capitoline venne affrontato dal commissario straordinario Tronca, che dispose il censimento del patrimonio immobiliare romano e portò all’attenzione della Corte dei Conti del Lazio e della Procura una situazione grave, in cui gli immobili comunali erano gestiti in maniera pessima.

In questo contesto, il Comune di Roma fece partire le richieste di sgombero a chi usufruiva di un bene immobile comunale, sulla base della delibera 140, risultando moroso: furono sgomberati 73 immobili in cui operavano enti senza scopo di lucro.

La situazione attuale

Ai giorni nostri, la situazione per le associazioni e le onlus rimane critica: oltre agli sgomberi, pendono sulle teste di centinaia di enti no profit le richieste di affitti arretrati, calcolati non più sul canone agevolato del 20% del valore commerciale dell’immobile ma sul suo intero valore di mercato. Si tratterebbe di cifre che non possono sostenere e che, se non venissero pagate, porterebbe le stesse all’esclusione dalla partecipazione al bando per la concessione degli immobili.

Una situazione su cui la Giunta Raggi è intervenuta il mese scorso, attraverso una delibera che introduceva dei correttivi alla delibera 140, dando ordine di precedenza alla riappropriazione di beni dati in concessione a realtà diverse da quelle senza scopo di lucro. Tuttavia, venivano confermati 113 sgomberi nei confronti di realtà del settore no profit.

Ciò ha portato le associazioni sul piede di guerra nei confronti dell’amministrazione comunale e della Corte dei Conti: il 9 marzo, in un comunicato congiunto firmato dal Forum del Terzo Settore del Lazio, il Cesv (Centro Servizi per il Volontariato del Lazio), l’Osservatorio Pubblica Amministrazione e il Coordinamento Periferie è stato chiesto il deferimento alla Corte dei Conti del suo viceprocuratore Guido Patti, in quanto avrebbe “travalicato i propri compiti”, interferendo “nella normale gestione della Sezione Giurisdizionale del Lazio” e “nell’attività di Roma Capitale in vari modi, condizionando l’operato dei dirigenti e  impedendo all’Amministrazione di esercitare la propria autonomia e ai politici di esercitare liberamente il mandato conferito dagli elettori”.

Proprio alle istituzioni cittadine, la rete di associazioni ha chiesto di riappropriarsi “del proprio potere decisionale”.

Come ci racconta Antonio D’Alessandro, vicepresidente del CesvTale vicenda ha una base fondata dal punto di vista della necessità di rivedere le varie assegnazioni che si sono susseguite nel corso degli anni e che non sempre sono state finalizzate al bene comune. Però questo non significava automaticamente dover penalizzare invece associazioni, anche storiche, che fanno un lavoro che nessuno fa: ancora una volta è stato scelto di buttare l’acqua sporca insieme al bambino, non facendo distinzioni e utilizzando dei meccanismi poco attenti alle realtà che sono nei territori e che in molti casi fanno un’attività non solo importante ma anche insostituibile.”

Inoltre – continua D’Alessandro in molti casi sono stati migliorati gli edifici o i beni dati in uso, sono stati manutenuti, hanno una funzione viva. Abbiamo saputo di un caso relativo ad un appartamento lasciato ad un’associazione che era stata segnalata, che non poteva pagare quanto richiesto: il presidente ha lasciato il bene in concessione. Il bene non solo non è stato riutilizzato a favore della cittadinanza ma è stato addirittura occupato e danneggiato. Oltre al danno, la beffa! Continueremo comunque a seguire la vicenda e abbiamo deciso di porre la questione in maniera formale alla Commissione “Trasparenza” del Comune di Roma, perché questo tipo di situazione dev’essere valutata secondo noi molto bene, in quanto c’è addirittura il rischio che con questa azione si provochi un ulteriore danno”.

 Le associazioni scendono in piazza

Lo scorso 10 marzo la rete “Decide Roma”, che raggruppa diverse realtà associative della Capitale decide di manifestare in Piazza del Campidoglio: all’appello rispondono molte onlus e associazioni colpite non solo dallo sfratto ma anche dalla richiesta di pagamenti arretrati su canoni a valori di mercato.  Tra queste, la scuola interculturale Celio Azzurro (a cui pochi giorni fa è arrivata la richiesta di sfratto), la Scuola di Musica Popolare di Testaccio, la Scuola di Musica “Silvestro Ganassi”, l’Associazione Culturale Torraccia (a cui è giunta una richiesta di pagamento di 110mila euro, pur avendo sempre pagato il canone concordato).

Una delle associazioni presenti, Viva la Vita Onlus, si occupa dei malati di SLA ed ha ricevuto la richiesta di sfratto ad aprile del 2016, quando era ancora in carica il commissario Tronca, in quanto la onlus non risultava in regola coi pagamenti (a canone agevolato) per un vizio di forma. A raccontarci la loro storia, il presidente dell’associazione Mario Pichezzi: “Noi siamo qui perché abbiamo ricevuto prima degli sfratti e poi degli sgomberi veri e propri. È intervenuto il dipartimento “Patrimonio” del Comune di Roma in forze a tentare di sgomberarci dalla nostra sede di Via Sabotino, sede che ci ha dato il Comune di Roma e per la quale paghiamo un affitto regolarmente dal 2009 e che è stata fatta oggetto di una richiesta, secondo noi illegittima, di riappropriazione da parte del Comune. Il Comune rivuole delle stanze che noi avevamo preso, che erano in pessimo stato. Noi le abbiamo ristrutturate, valorizzate e messe al servizio dei malati di SLA in questa città, in piena regolarità e legittimità. Dopo che la Corte dei Conti ha fatto pressione sul Comune di Roma, il Comune di Roma ha fatto pressione su di noi, sostanzialmente e, come noi tanti altri che sono qui con noi in Campidoglio, siamo qui a manifestare il nostro diritto di esistere, non altro! Noi non vogliamo essere aiutati in quello che facciamo, noi vogliamo essere liberi di aiutare le persone che aiutiamo. Ma non essere ostacolati o intralciati, o addirittura sgomberati con richieste di centinaia di migliaia di euro che, peraltro, non abbiamo. Per cui il Comune può chiederci quello che vuole, ma non otterrà questo da noi. Rischiamo di chiudere, stiamo tenendo duro da due anni. Spero che la politica torni ad essere presente, perché finora è stata latitante, silenziosa e ha lasciato che tutte queste azioni, la burocrazia e la magistratura le mettessero in atto senza alcun argine al diritto e alla legittimità della nostra azione“.

La richiesta che viene fatta dal palco all’Amministrazione, da parte della rete “Decide Roma” è lo stop ai bandi “che metterebbero in competizione realtà che cooperano da anni sui territori”.

Una delegazione delle associazioni, sul finire della manifestazione, verrà poi ricevuta dall’Assessore alla Cultura e Vicesindaco Luca Bergamo.  Tuttora il dialogo tra le due parti si sta portando avanti pur nella distanza delle due posizioni, in quanto l’assessore ha dichiarato in più interviste di voler mettere a bando i beni comunali in concessione.

Sul lato politico, l’opposizione del Partito Democratico ha presentato una proposta di delibera, di cui uno dei firmatari è il consigliere PD Orlando Corsetti, che intende superare l’impasse che si è venuta a creare dopo il caos seguito all’inchiesta “Affittopoli”: “Il 22 febbraio – spiega Corsetti a Centoventuno.it – noi del PD abbiamo depositato questa delibera che agirebbe in attesa del nuovo regolamento, con il quale sarà l’amministrazione a decidere come utilizzare il proprio patrimonio pubblico e quindi mettendolo a bando e vedremo con quali caratteristiche. Secondo noi non si possono perdere le esperienze importantissime che in questa città sono sorte spontaneamente o comunque accompagnate dall’amministrazione. Noi pensiamo che, per prima cosa, l’amministrazione debba fare una verifica caso per caso di tutte le situazioni: qualora ci fosse qualche “furbetto” bisogna colpirlo pesantemente, entrando in possesso del bene e facendogli pagare il 100% dell’affitto da quando utilizza il bene comunale.”

“Laddove invece – continua il consigliere del Partito Democratico – ci siano associazioni, che sono la stragrande maggioranza, che offrono un servizio indispensabile con un valore non monetizzabile ma sicuramente importante per la città, noi pensiamo che queste realtà vadano tutelate e nella delibera presentata c’è scritto che, una volta riconosciuto il servizio pubblico, le si deve mantenere il 20% del canone, prolungare la concessione anche se scaduta fino a che non ci sarà il nuovo regolamento, con il quale decideremo di gestire queste vicende. È una soluzione indispensabile al momento storico che stiamo vivendo”.

In merito a questa proposta, il consigliere Corsetti mette a disposizione questo testo alla maggioranza grillina, affinchè venga approvato: “Io sono pronto anche a ritirare quella delibera e a farla insieme al Movimento 5 Stelle e quindi senza darle una paternità, se questo fosse mai il problema, ma che ovviamente si vada nell’indirizzo da noi proposto. La delibera da noi presentata è un atto ormai formale, protocollato: se si volesse, si potrebbe votare nel giro di due-tre settimane e sarebbe una risposta di indirizzo agli uffici, che in quel caso saprebbero come comportarsi, perché gli uffici sono preoccupati e stanno facendo atti per evitare che altri – in questo caso la Corte dei Conti – possa contestare loro il danno erariale. La Corte dei Conti, investita da molte polemiche, è stata criticata in modo folle: il magistrato della Corte dei Conti non sta facendo altro che il suo lavoro: contesta solo le concessioni scadute e su quelle, in quanto abusivo, viene richiesto un affitto al 100% del valore di mercato, non più sul 20. Con la nostra delibera se tu sani quelle situazioni disponendo che, seppur scaduta, quella concessione ha diritto ad un canone agevolato, il magistrato non interviene più”.

Unica data certa finora, riguardo ad una parziale soluzione di questa vicenda, resta il 6 aprile: sarà in quel giorno che ci sarà la prima maxi udienza della Corte dei Conti del Lazio in cui verranno esaminate le accuse di danno erariale ai dirigenti del Dipartimento “Patrimonio” del Comune di Roma e le richieste di sgombero attivate dallo stesso Comune.