Eccellenze dei Castelli: l’Abbazia di San Nilo

Dopo aver visitato i Laboratori di Fisica Nucleare di Frascati, Centoventuno oggi vi parla dell’Abbazia di San Nilo, uno dei luoghi più antichi e più affascinanti dei Castelli Romani.

Alle porte di Roma c’è un luogo che ha una storia millenaria, al cui interno ci sono tesori di valore inestimabile. E’ il Monastero Esarchico di Santa Maria di Grottaferrata, conosciuto anche come Abbazia Greca di San Nilo.

Venne fondato nel 1004 da S. Nilo di Rossano Calabro, eremita e amanuense che giunse nell’antica Tusculum insieme ad un gruppo di monaci greci dall’Italia meridionale, dominata dai bizantini in quel periodo: il conte di Tuscolo Gregorio I concesse a San Nilo e ai suoi discepoli il terreno dove costruire il monastero, in cui erano conservati i ruderi di un’antica villa romana, che la tradizione attribuisce a Cicerone. Tra gli edifici che la componevano si trova perfettamente conservato un criptoportico del I secolo dopo Cristo e  ce n’era un altro, denominato “Crypta Ferrata” per via delle finestre con doppia grata di ferro: secondo la tradizione popolare qui era sepolta la figlia di Cicerone, Tulliola. Vero o meno che sia, il toponimo del comune di Grotta Ferrata viene da questo edificio.

La Storia, quella con la S maiuscola, ha forgiato nel tempo questo luogo: la costruzione del monastero venne ultimata nel 1024 e appena venti anni nel 1163, dopo l’invasione di Tuscolo da parte di Federico Barbarossa, i monaci  dovettero scappare a Subiaco per far ritorno all’abbazia solo più avanti.

Un altro Federico saccheggiò il monastero nel 1241: si trattava di Federico II di Svevia, un’altra figura di grande spicco dell’epoca medievale. Come si vedrà più avanti, anche in epoca rinascimentale l’Abbazia vedrà transitare personaggi delle più influenti famiglie nobili italiane, favorendo la produzione di veri e propri capolavori.

L’Abbazia di S. Nilo è importante sotto diversi punti di vista: da quello religioso, rappresenta una rarità in quanto il Monastero è stato fondato cinquanta anni prima dello scisma d’Oriente ed è dunque l’unico monastero con rito bizantino-greco fedele al Vescovo di Roma.

Dal punto di vista storico e culturale lo è ulteriormente, perché si tratta dell’ultimo esemplare di monastero bizantino in Italia tuttora attivo: qui sono conservate vere e proprie perle uniche al mondo.

Basti pensare alla grande quantità di volumi copiati da San Nilo e dai monaci amanuensi dell’abbazia conservati nelle sue biblioteche: al loro interno si trova la più grande collezione di volumi latini e greci al mondo. Tra questi, tre manoscritti del fondatore del monastero e altri testi copiati dagli scribi dell’abbazia prodotti fino al XIII secolo. Ad arricchire la biblioteca, ci sono anche molti manoscritti in pergamena (i cosiddetti palinsesti) su cui anticamente veniva cancellata la scrittura originaria per far posto a una seconda, a causa della scarsità di questo prezioso tipo di carta. Oggi, grazie anche a sofisticate tecnologie è possibile vedere anche i testi grattati via.

A completare questa ricca collezione, ci sono anche centinaia di libri a stampa del XVI secolo e oltre 50mila volumi a stampa dei secoli successivi.

La biblioteca dell’abbazia, insieme al resto degli edifici, venne incamerata dal giovanissimo Stato Italiano nel 1873.

Ma in questo mirabile monumento, che fa parte del Polo Museale del Lazio, non sono solo i libri ad essere motivo di visita: la stessa chiesa ha tanti motivi per rendere apprezzabile questo sito. Nell’atrio della chiesa si trova una fonte battesimale dell’XI secolo in marmo, con leoni alati. Sopra il portale di entrata alla chiesa, c’è un pregevole mosaico bizantino dell’XI secolo che mostra l’intercessione di Gesù con ai lati la Madonna e S. Giovanni.

Appena entrati nella chiesa, risaltano subito agli occhi i bellissimi pavimenti in stile cosmatesco del XIII secolo, proprio dell’età medievale.

Al suo interno, spiccano inoltre il mosaico sopra l’arco trionfale che divide il presbiterio dalla navata centrale in cui è raffigurata la Pentecoste e oltre di esso una serie di affreschi datati intorno all’XII-XIII secolo.

Nel presbiterio, si trova l’Iconostasi, una parete divisoria tipica delle chiese a rito bizantino che separa l’altare dal resto della Chiesa. Si compone di tre porte, che vengono aperte durante le funzioni religiose. Il progetto, ideato dal Bernini, è stato eseguito da un suo allievo, il Giorgetti.
Al centro dell’iconostasi, in un coro di angeli, si trova l’antichissima Theotòkos, ossia l’icona della Madonna in stile bizantino, che alcuni ipotizzano potrebbe essere antecedente alla fondazione dello stesso monastero.

Dietro l’Iconostasi del Bernini si trova, secondo rito bizantino, la Vima (o santuario). È composto da un altare quadrato e, sopra di esso, da un baldacchino sul quale è appesa una colomba che custodisce il Santissimo Sacramento.

Nella parete destra del presbiterio si trova la Cappella Farnese, che si chiama così perché il cardinale Farnese, all’epoca commendatario dell’abazia, nel 1609 diede incarico al Domenichino di affrescare le pareti e ad Annibale Carracci di dipingere il quadro della Madonna col Bambino tra i due santi fondatori (S. Nilo e S. Bartolomeo), posizionato sull’altare della cappella.

All’esterno dell’Abbazia, si trovano le fortificazioni progettate da Antonio da Sangallo o da Baccio Pontelli, due grandi architetti vissuti nella seconda metà del 1400. Tali opere di difesa del Monastero presero il nome di Castello Roveriano dal cardinale commendatario Giuliano Della Rovere, il quale decise così di tutelare l’abbazia dai continui saccheggiatori che imperversavano nella zona.

Le fortificazioni sono costituite da un alto e spesso muro di cinta e da una rocca, alta oltre venti metri, che sul davanti comprende una torre semicircolare costruita per difendere l’entrata del Castello. L’ingresso originario era formato da un ponte levatoio che lo collegava alla strada e da un grande portone che tutt’oggi è visibile e su cui sono incise su legno di rovere due targhe sulle quali è scritto il nome del Cardinale Della Rovere: “IVL CARD”, ossia Iulianus Cardinalis.

Infine, sul lato est dell’abbazia presso il Palazzo dei Commendatari si trova la Loggia del ‘500 commissionata dal Cardinale Alessandro Farnese a cui venne affidata l’abbazia in commenda da Pio IV nel 1564.

Il cardinale fece affrescare le pareti della Loggia dal pittore fiammingo Cornelis Loots, a cui venne chiesto di raffigurare, nel 1569 i quattro momenti salenti della fine della città di Tuscolo: nel primo affresco è riportata la costruzione della rocca e la decisione di assediare la città; nel secondo è raffigurato l’assedio di Tuscolo, mentre il terzo si concentra sulla distruzione e sulla fuga dei suoi abitanti. Il quarto e ultimo, ricorda invece il trasporto del Santissimo Sacramento e altri oggetti sacri appartenenti all’abbazia.

Una curiosità finale: come è riportato da più fonti, il pittore venne pagato dal cardinal Farnese in due tranche. Il 20 giugno del 1569 (i lavori erano partiti l’8 maggio) l’artista fiammingo ricevette 10 giulii e a fine opera altri 2 giulii e 33 soldi: in tutto, era l’equivalente con cui si poteva comprare a Roma in quel periodo 30 chili di frumento, 5 litri di vino, due di olio d’oliva e tre chili di castrato.