Brucia, Roma…

La storia della nostra città, così come la studiamo sui libri di scuola fin da bambini, è legata a doppio filo al fuoco: dal sacco di Brenno all’incendio di Nerone, dal corpo del Divo Giulio bruciato sulla pira funebre per ascendere al cielo degli dei fino alle più recenti devastazioni dei Lanzichenecchi ed alle bombe del 1944 su San Lorenzo spesso e volentieri Roma si è trovata a fare i conti con le fiamme che divampavano tra i palazzi.

Eppure questa è forse la prima volta nella millenaria esistenza dell’urbe che a prendere fuoco non sono palazzi ma mezzi di trasporto, per l’esattezza autobus per il trasporto passeggeri, che ad un certo punto ardono nel bel mezzo della via.

I bus dell’ATAC, la formidabile azienda di trasporto pubblico romano sepolta da decenni di debito e cattiva gestione, al centro della cronaca praticamente ogni santo giorno per un motivo o per l’altro, hanno deciso di dire basta. A differenza dei loro conducenti però, che si limitano a scioperare creando disagi affrontabili dai passeggeri con una doppia dose di imprecazioni (doppia rispetto a quella ordinaria, già di per sé corposa, che il servizio regolare genera nei propri fruitori), i bus hanno scelto una linea di protesta più adatta ai samurai giapponesi o ai soldati spartani: il suicidio mediante autocombustione.

Diciotto nel corso degli ultimi dodici mesi, ben quattro nel mese di Marzo, una progressione impressionante e puntuale, che non fa discriminazioni tra zone, municipi, linee o servizi.

L’ultimo rogo (“ultimo” fino alla stesura di questo pezzo) la mattina del 26 Marzo su via Tuscolana, all’altezza di via di Vermicino, quando un bus della linea 506 ha deciso di suicidarsi dando comunque il tempo all’autista di far evacuare i passeggeri e di mettersi in salvo.

Ma i bus bruciano un po’ovunque: da Pineta Sacchetti a Ciampino, da Castel Giubileo a via Appia, in questo caso non esistono nord e sud, periferia e centro, diurni e notturni.

Perché i bus bruciano? Non si sa. O meglio, ci sono tante teorie, tutte valide, la più accreditata è ovviamente la scarsa manutenzione dovuta a mancanza di risorse (ci fa sorridere, inevitabilmente. Come possono mancare le risorse per la sicurezza dei bus ad un’azienda che di fatto per lavoro trasporta passeggeri su bus?) ma il fatto che ATAC abbia iniziato un’indagine interna abbinata alla frequenza inusuale dei roghi non esclude altre cause.

“Ogni incendio è storia a sé”, assicurano. Forse. Di sicuro la costante è che i bus che bruciano sono vecchi, come è vecchio quasi tutto il parco aziendale, con vetture che risalgono a volte addirittura al Giubileo del 2000, quando per l’uso che ne viene fatto e per la qualità del manto stradale romano i mezzi andrebbero cambiati ogni tre/cinque anni.

Vetture con centinaia di migliaia di kilometri sul groppone, fatto ancor più grave se si pensa che ATAC mette ogni giorno on the road circa 400 mezzi, un’enormità, più che in qualunque altra città europea (del resto parliamo della più grande azienda di trasporto d’Europa).
Per questo motivo l’imminente (a detta dei politici capitolini) immissione di 150 nuove vetture pare più una soluzione palliativa che un’energica risposta al problema.

ATAC è una ferita aperta della nostra città.
Parliamo di un’azienda indispensabile, che muove ogni giorno numeri enormi, fino a 800.000 passeggeri in una città che ha nel trasporto su gomma l’ossatura del servizio pubblico.
Allo stesso tempo però parliamo di un fenomeno unico per scandali e malcostume, che riassumere in un articolo sarebbe impossibile, servirebbe un libro ed anche di un certo spessore.

Da Parentopoli a Mafia Capitale, dai falsi biglietti stampati e rivenduti alle consulenze d’oro, dai 4,3 milioni di Euro pagati annualmente per il dopolavoro e la mensa dipendenti (servizi affidati senza contratto dal 1974) fino ai permessi ed ai distacchi goduti senza adeguata giustificazione ogni anno, non c’è inchiesta che non abbia sfiorato, quando non travolto, l’azienda romana trasporti.

Eppure, nonostante il pelo sullo stomaco e l’attitudine del romano a farsi scivolare addosso le cose, la vicenda dei bus in fiamme inquieta più di altre.
Perchè fa serpeggiare il senso di non ritorno, di irreversibilità del processo.
Un’azienda trasporti che non riesce ad arginare l’emorragia della propria ragione primaria di esistenza è un qualcosa che divora se stesso, che ha perso il senso della misura.

Certo, la vicenda offre un ricco piatto in cui inzuppare il pane dell’accusa politica, con la minoranza che irride la Sindaca e la sua Giunta, rei di discutere di funivie mentre i bus ardono, e con la maggioranza che si trincera dietro il consueto “siete qua da cinquant’anni, noi solo da pochi mesi” che francamente inizia ad essere un po’ noioso e pare solo un alibi a quasi un anno dall’elezione.
Nessuno offre però soluzioni efficaci, e nel frattempo un altro mezzo suicida mette in pericolo i propri passeggeri.
“Brucia Roma, brucia Roma”, cantava Nerone mentre le fiamme divoravano la città e i cittadini, in un rogo imperiale.
Noi vivamo tempi bui, il nostro rogo ce lo portano bus scassati tra i sobbalzi delle buche.