Ultimo Stadio, come muoiono gli impianti della Capitale

Tutti abbiamo bisogno di un posto, una comunità, qualcosa di più grande di noi di cui prendersi cura, di cui fare parte. Un posto dove nascondersi quando si fa dura. Un angolo di mondo dove si è accettati per come si è, dove i ritmi di un pomeriggio qualunque, il fischio dell’arbitro, il boato della folla, diventano musica. Lo stadio Flaminio e Campo Testaccio per molti anni, in epoche diverse, hanno rappresentato esattamente questo; sono stati per tutti i romani luoghi nei quali dimenticare per qualche ora le fatiche di una vita ed i ritmi frenetici dei nostri giorni, un angolo di Roma nel quale custodire sentimenti e passioni, rabbia e goliardia, un prezioso scrigno di ricordi che è stato violato dall’inettitudine e dall’incuria, da quella logica malata che vede il profitto prevalere sempre sul sentimento. “Campo Testaccio c’hai tanta gloria” : comincia così l’inno di Toto Castellucci scritto nel lontano 1931, un testo divenuto colonna sonora della passione giallorossa situato nel cuore del rione Testaccio. Per undici anni questo glorioso campo da gioco ha fatto da cornice alle gesta della A.S. Roma, gli albori di una storia d’amore infinita; guardarlo adesso, soffocato com’è dall’oblio del tempo e dalle erbacce che hanno cancellato il prato sul quale Masetti e Bernardini facevano innamorare una città intera e gridare le tifosette rendendole ardite, riempie il cuore di tristezza e rabbia.

Gli stessi sentimenti che mi pervadono quando arrivo davanti a quello che resta dello Stadio Flaminio, considerato da tutti i tifosi biancocelesti la casa della loro Lazio, lo stadio dei derby di Di Canio e Giannini, di Voeller e Bergodi, di un calcio ancora senza barriere né restrizioni, magari più povero economicamente ma infinitamente più vicino alla gente. Poco o nulla rimane di quell’impianto inaugurato nel 1959 grazie alla famiglia Nervi, con Antonio a progettare l’impianto ed il padre Pier Luigi ad assicurarne la fattibilità strutturale. Dopo aver ospitato le partite di calcio durante i giochi olimpici di Roma ’60 diventa la casa della Nazionale italiana di rugby fino ad arrivare agli anni novanta, durante i quali venivano disputate la gare interne della terza squadra di calcio della Capitale, quella Lodigiani capace di arrivare fino alla serie C1. Con l’ammissione della Nazionale italiana di rugby al prestigioso torneo del “Sei Nazioni” (fino a quel momento riservato a Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles e Francia), nel 2000 e fino al 2012 torna ad essere la casa dell’Italia della “palla ovale”.

Le migliaia di voci che lo animavano nei tempi d’oro hanno lasciato il posto ad un silenzio tetro, quasi irreale. L’odore dei fumogeni che coloravano le passioni di tanti romani è stato sostituito da quello dei diesel dei camper che ormai da mesi hanno fatto del parcheggio antistante lo stadio la loro impropria piazzola di sosta. Uno spettacolo deprimente, uno scempio dei sentimenti, una istantanea che è anche l’emblema della incuria di chi ci ha amministrato e di chi ci amministra adesso, perché se è vero che Campo Testaccio e

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lo Stadio Flaminio versano in quelle condizioni da anni, è altrettanto vero che nel bilancio in discussione in questi giorni travagliati per l’amministrazione Raggi in Campidoglio non un euro è stato destinato ad interventi di riqualificazione di questi due simboli dimenticati di una Roma che fu, di una Roma che amiamo ricordare.

Un fiume di parole, progetti, programmi elettorali puntualmente disattesi ha reso due icone di questa città due cattedrali spettrali, emblemi di una società che tradisce la sua storia. E adesso, che fare? Quando abbiamo lasciato che lo scorrere del tempo ingurgitasse questi contenitori di ricordi da tramandare di generazione in generazione, quando ci siamo arresi a vedere profanati due simboli di un passato tanto fiero? Abbiamo sbagliato a delegare questo onere al politico o al burocrate di turno, abbiamo commesso l’errore di non difendere la nostra storia in prima persona, di fidarci di vane parole di circostanza. Vedere ancora una volta correre dei ragazzi sul campo di via Zabaglia, emozionarci nel vedere nuovamente gremiti gli spalti del Flaminio è un obbligo morale che dobbiamo a noi stessi prima che ai romani che ci hanno preceduto, generazioni che certamente non avrebbero mai accettato di assistere passivamente a questo triste spettacolo.